LE ALI DELLA LIBERTA’
Una campagna sulle spese militari,
contro la guerra e per un altro mondo

Si continua a parlare della decisione che ormai sembra imminente di posizionare all’aeroporto militare di Cameri (No) la fabbrica per l’assemblaggio dei caccia-bombardieri F-35, la fabbrica da noi denominata “della morte”.
Parecchie voci si sono levate contro questa decisione, voci non solo di “pericolosi pacifisti” o di “agguerriti antagonisti sociali”, ma anche voci eminenti del mondo cattolico e della società civile. Voci che sono comunque rimaste inascoltate, a dimostrazione che il problema non è solo squisitamente morale e politico, ma in primis economico.

Per dirla tutta i nostri “governanti”, a partire dal Presidente della Regione che è volato sino negli USA lo scorso febbraio, l’hanno buttata ancora una volta sulla fanfaluca dei posti di lavoro, arrivando addirittura a dichiarare che la gente non pensa alla morale, vuole lavoro (La Stampa del 09 febbraio). Ma ancora una volta le cose non stanno cosi.
Chiaro come la luce del sole che queste sparate abbiano un’aureola tutta insita nell’imminente competizione elettorale, cerchiamo di guardare più a fondo le cose.

Assodato che si siano promesse alle varie consorterie torte e tortine varie da spartirsi, assodato che le aziende (Alenia e Loockeed Martin e loro sodali) avranno la possibilità di ottenere degli insediamenti a costo zero, appare uno scenario nuovo agli occhi di tutti. I capannoni si moltiplicano miracolosamente diventando da uno a venti (sempre La Stampa). L’assemblaggio diviene anche parziale produzione con conseguente aumento delle figure professionali. Tali figure vanno dagli “addetti alle pulizie” ai tecnici “aeronautici” (ancora La Stampa).

Peccato che queste figure arrivino dall’America e dagli altri stabilimenti Alenia ed a questo proposito Caselle (To) è in fibrillazione perché sembra che i lavoratori diverranno pendolari tra Torino e Novara per fabbricare le ali. Nel frattempo di sicuro vi è la chiusura della linea Eurofighter che comporterà un buco occupazionale di 3.000 unità (eccoli i tecnici aeronautici bell’e pronti). Quindi niente assunzioni di tecnici qui, come i sindaci del Novarese continuano a chiedere, niente indotto visto che si produrrà quasi tutto quello che compete al patner italiano a Cameri, niente “ricaduta tecnologica” tanto vantata dai verdi paladini padani e niente posti di lavoro, se non….nelle pulizie, come del resto noi già da tempo affermiamo.

Intanto per l’edificazione di questi hangar, perennemente in ritardo, pare che alcune commesse siano andate a fabbriche del novarese, ma l’unico nome che viene fatto e la General Smontaggi che risulta essere a pieno organico e non è solo presente a Novara, inoltre è specializzata in demolizioni. Il resto delle cosiddette gare d’appalto (la viabilità le nuove strade con conseguente consumo di territorio) è un mistero, nessuno vi può accedere, mentre le piccole industrie e gli artigiani hanno in un recente incontro tenutosi alla Sala Congressi della Banca Popolare di Novara ottenuto le consuete…..promesse.

Insomma queste “ali” che all’inizio dovevano solo essere assemblate sulla carlinga e costituire per i propugnatori delle “libertà” (loro) un viatico per “volare verso nuovi traguardi” sembrano un po’ asfittiche e mal congegnate. Paiono intrise di false promesse, di chimere parolaie e propaganda elettorale. Ma qualche verità c’è. I costi per la collettività stanno levitando.

Quando parliamo di costi, intendiamo i costi reali, pagati con soldi della collettività ed i costi nel tempo che altro non sono che l’attacco alla salute, all’ambiente, alla vivibilità delle zone circostanti l’aeroporto stesso. Andiamo con ordine: costi reali – i costi per l’acquisto dei 131 velivoli della commessa italiana hanno raggiunto i 18 mld di €uro, ad essi vanno aggiunti il miliardo e mezzo circa già speso che devono ancora spiegarci come, visto che lo sviluppo lo stanno facendo tutto negli USA, e gli oltre 470 mln previsti per il solo 2011 che si presumono per la costruzione degli hangar che risultano però essere un po’ carucci a meno che non li lastrichino di materiale prezioso (fonte la solita Stampa).

Ma ciò che si continua a non tenere presente è l’impatto che la costruzione di siffatti insediamenti avrà sul confinante Parco del Ticino e sul Ticino stesso, appunto i costi nel tempo. A questo proposito diviene emblematico che la sponda novarese del parco non abbia lo stesso regolamento, le stesse limitazioni e controlli di quella lombarda. E poi una volta iniziata la produzione e soprattutto il collaudo, quali pericoli corre la popolazione che abita nei pressi e non solo, dell’aeroporto? Per lavare un motore occorre una quantità d’acqua enorme (ancora la rapina di un bene pubblico) mista a solventi vari, i quali verranno verosimilmente scaricati nel Ticino e non ci vengano a blaterare di “misure atte a …” dopo i vari disastri, Lambro in testa, degli ultimi mesi. Mentre l’Aeroporto di Cameri è tristemente noto per gli incidenti anche mortali, colà verificatisi in decenni di “servizio” e qui non si può parlare nemmeno di “misure atte a…”. Da ultimo l’immissione nell’aria dei gas di scarico dei velivoli, con conseguente quantità di particolato che ricadrebbe sul territorio.

Infine vi è l’espropriazione ed il consumo del territorio stesso circostante la base, che si misura in svincoli, arterie, bretelle, che dovrebbero servire la piattaforma di stoccaggio e produzione e successivamente quella logistica di servizio alla manutenzione dei velivoli. Ricordiamo che il progetto prevede la stazione di Cameri come manutentore per il sud Europa dei velivoli (fonte Ministero della Difesa). Dipinto il quadro a fosche tinte crediamo che dopo le mobilitazioni ed i convegni che hanno caratterizzato questi anni dell’attività dell’Assemblea Permanente sia giunto il momento di avanzare delle proposte più ampie, che nascono anche dalla sensibilità dimostrata da più settori ed a cui già accennavamo.

E’ necessario per questo partire dal Convegno svolto il 10-11 aprile a Novara, nel corso del quale abbiamo posto l’accento su un aspetto fondamentale che è stato individuato nelle condizioni di vita della gente che si stanno progressivamente deteriorando, abbiamo definito questo terreno come reddito, e questo rende necessaria una puntualizzazione. La definizione economicista del reddito prendeva sostanzialmente in considerazione solo due parametri, il salario diretto (la retribuzione in busta paga dei lavoratori dipendenti) e quello indiretto (tutti quei servizi che vengono comunemente inglobati nel cosiddetto welfare dello stato – trasporti, sanità, asili nido, consultori e quant’altro). Ma la definizione di reddito nel millennio della globalizzazione è qualcosa di più ampio. Intenderemo perciò per reddito non solo i due parametri economicisti, ma ad essi aggiungeremo il parametro dei diritti e quello dell’ambiente. Con ciò il reddito assume un carattere complessivo riferito ai livelli di qualità della vita, di dignità e di sopravvivenza stessa della specie. In altre parole delinea la strada di lotta per una società diversa che si liberi dal giogo del capitalismo.

Per fare ciò bisogna condividere alcune considerazioni che iniziano ad essere palesi ed attraverso le quali si cominciano a denotare dei possibili spiragli per allargare, per rendere più massiccio il fronte contro le guerre e le spese militari, cercando i nodi che unificano senza evitare quelli che paiono divergenti, ma utilizzandoli anzi per innalzare il livello del dibattito e spostare in avanti la qualità dell’iniziativa sul territorio.

Un punto che senza dubbio unifica ampi settori verte sulla quantità di risorse che vengono indirizzate alla spesa militare. Non solo alla costruzione ed all’acquisto di strumenti di morte, ma anche per ciò che concerne il mantenimento di una macchina bellica il cui scopo appare sempre più chiaramente improntato all’offesa e che mantiene a suon di milioni migliaia di soldati in scenari dove per altro il numero delle vittime civili è in continuo aumento, mentre anche tra i militari ci sono dei caduti (si sa che se si fa la guerra c’è il rischio di morire). A questo corrisponde un netto taglio alle spese sociali ed una distrazione sempre più evidente di risorse verso il mercato bellico che risulta il più remunerativo, ricordiamo che Finmeccanica tra il 2008 ed il 2009 ha aumentato gli utili di oltre il 250 % pur riducendo gli occupati.

Tutto questo ci porta a due considerazioni. La prima è di ordine morale. Fare utili vendendo strumenti per uccidere indigna ampi settori anche cattolici (Pax Christi è in prima fila in questa battaglia). La seconda è di ordine prettamente economico. In questa fase per reperire fondi per grossi investimenti esistono solo due strade. Riciclare danaro proveniente da traffici illeciti, oppure attingere alla tetta dei fondi pubblici, distraendoli. Recentemente anche sulla questione dei tagli alla scuola gli studenti ed i precari hanno posto l’attenzione sull’entità delle spese militari che è l’unica che di tagli non ne ha praticamente subiti.

Ecco quindi che la battaglia denominata “spese militari vs spese sociali” assume un carattere più largo trovando terreno per creare fronte comune per ampi settori popolari. La battaglia contro il militarismo e più in generale contro ogni guerra assume un valore fondante in termini di valori su cui deve poggiare una società equa, dove le risorse vengano destinate al bene comune ed al rispetto della vita di ogni essere vivente. Diviene cioè un assioma che trova non solo azione comune per il superamento di questo stato di cose, ma anche terreno fertile di conflitto verso gli assetti produttivi e speculativi su cui si regge.

La questione del consumo inusitato, dell’uso e dell’abuso in proprio del territorio è un altro terreno unificante che trova sullo stesso piano chi lotta contro gli insediamenti militari e chi si batte per preservare e difendere l’ambiente che ci circonda. Le armi che verranno montate sugli F-35 sono anche di tipo nucleare, questo significa che la scelta di tornare verso produzioni energetiche di quel tipo nasconde la volontà di indirizzare la ricerca verso il campo che più d’ogni altro trova applicazione nelle produzioni belliche. Va da se che il comune agire diviene chiaro e quindi si aggiunge in maniera forte alla critica sull’uso delle risorse.

Parlando di ricerca affiora chiaramente la contraddizione della privatizzazione dei saperi, del loro essere sempre più supini al mercato ed a quei settori cosiddetti trainanti dell’economia produttiva. Ma il capitalismo che ci troviamo di fronte oggi non è basato solo sulla produzione, esso parte anche dall’assoggettamento culturale, dalla subalternità che la conoscenza deve mostrare nei confronti di chi domina la scena internazionale. Ecco che allora la lotta nella scuola e nell’università trova linfa nella battaglia per la collettivizzazione dei saperi, per un indirizzo diverso delle risorse e da questo punto di vista il terreno diviene contiguo, se non il medesimo dell’agire antimilitarista.

C’è un’ altra questione che unifica tutti i movimenti che agiscono sul territorio e che denota un aspetto duplice dall’agire dell’avversario, scoprendo la sua azione che verte da un lato sulla “guerra ai popoli” (la guerra guerreggiata e l’azione di rapina delle ultime risorse del pianeta) e dall’altro fa leva sulla propria cultura dominante, instillando paura, odio razziale, amore per le avventure coloniali. E’ il cosiddetto aspetto della “guerra interna”, condito dal controllo esasperato del territorio (in special modo di metropoli ed obiettivi “strategici”), fatto di C.I.E. e di divieti, riesumando vecchie leggi del ventennio fascista, sospendendo la libertà di dissenso. Tutto questo fa parte integrante, anzi è la quintessenza, del militarismo fascistoide e becero che anima i servi dell’avversario. E’ più che mai terreno unitario di lotta.

Detto questo non ci si può nascondere dietro un dito ed a conclusione di quest’analisi è bene porre in chiaro alcuni passaggi. Non per spirito polemico, ma solo per chiarezza.
La vicenda F-35 parte sotto un governo di centrosinistra, sempre un governo di centrosinistra è primo attore della guerra in Kosovo, permette l’uso delle basi per bombardare la popolazione Serba, stanzia milioni di Euro per le missioni all’estero (che sono bipartisan), sostiene Finmeccanica (ed è da essa sostenuto), uno dei maggiori produttori d’armi del mondo. A fronte di tutto ciò il coinvolgimento di tutta la sinistra in queste vicende, con voti a favore di quei governi; per dimostrare “lealtà” nei confronti del “manovratore”. Lascia a dir poco basiti la posizione di molti che ora sono contro l’acquisto dei cacciabombardieri. Certo solo gli stolti non cambiano mai opinione (al di la che queste “opinioni” sono costate vite umane) ma….

…Ma forse è bene fare ulteriore chiarezza. Ripercorrendo la vicenda, le posizioni sono mutate nel tempo e si sono articolate dalla originaria “no agli F-35, si agli Eurofhigters che sono un brevetto europeo e ce li facciamo e compriamo da soli”, alla successiva “non compriamo gli F-35, ma li dobbiamo fare altrimenti li fanno gli altri”. Al di la di un’abiura pubblica delle posizioni precedenti (guerra in Kosovo e missioni comprese), che pochi, lodevoli esponenti hanno fatto, ci sono alcune cose da definire una volta per tutte.

Chi si batte contro tutte le guerre sostiene che le armi non si devono fare ne qui, ne altrove e non solo non acquistarle. Anzi vi è una contraddizione palese che merita di cominciare ad essere risolta: un lavoro non è uguale ad un altro, fare carriarmati non è uguale a fare trattori, fare cannoni non è uguale a fare tubature. La dimensione è etica ed in questo i cattolici sono molto più coerenti. La contraddizione sulla questione lavoro (che tanto sta a cuore ai paladini padani) va affrontata cominciando a ragionare sulla riconversione dei siti militari e di produzione, magari in ottica di produzioni energetiche alternative (e perché no) autogestite, patrimonio delle comunità nei territori. Finmeccanica, idra dalle mille teste (partecipata da tristi figure e dittatori vari), deve essere posta in condizione di non produrre più armi e le risorse debbono essere ridistribuite alla collettività. L’interlocutore dei movimenti potrebbe qui diventare quel sindacato (di base e non solo) che pare accennare ad un risveglio, ma che rischia di rimanere ancora una volta isolato ed all’angolo se non comincia ad interloquire su questioni di carattere strategico per l’avversario.

L’Assemblea Permanente NO-F35 chiama tutti i movimenti, tutti i/le compagn* che si ritrovano in queste righe alla costruzione di una grande campagna nazionale che veda i temi qui riportati al centro di miriadi di iniziative ed azioni comuni che partano ancora una volta dall’assunto che se un altro mondo è possibile, cominciamo a disegnare come lo vogliamo. Costruiamocele da soli le nostre “Ali della libertà”.

Novara, marzo 2011