LA MELA DI ODESSA
PER LA DIFESA DEL BENE COMUNE

L’attuale situazione mondiale pone in evidenza l’incapacità del sistema di trovare vie d’uscita dalla crisi che attanaglia i mercati mondiali. Le borse di tutto il globo faticano bruciando milioni di dollari e di euro tutti i giorni. Le economie “forti” sono in crisi e il declassamento le pone ulteriormente in difficoltà. Una volta di più si dimostra come questo sistema sia avviato verso un tramonto irreversibile ed ogni operazione tentata serve solo a ritardare questa fine. Certo il capitale ha molte vite ed ancora molte risorse e c’è chi in questa crisi sta accumulando fortune enormi. Fortune che vengono sottratte alla collettività e che hanno come perno la rapina sui beni comuni che appartengono a tutti. Il recente tentativo di privatizzare l’acqua è solo uno di questi. Si pensi all’espropriazione di territorio e di paesaggio che si vuole compiere con le grandi opere o anche al consumo di terreno agricolo e da coltivo che viene operato giorno dopo giorno. La speculazione economica unita a quella territoriale, alveo di malaffare criminale, lo scontro tra comitati d’affari e potentati economici, condito con corruttele elargite a piene mani, è la regola di un quadro politico ed economico che decide ogni cosa sulla testa di intere popolazioni. Ma questo non basta, vengono richiesti ancora sacrifici, manovre di “lacrime e sangue” solo per la gente. La risposta di sindacati e partiti è balbettante e parte sempre dalla solita litania che chiede lavoro (quindi sfruttamento), disposti a lasciare sul terreno tutte le conquiste ed i diritti acquisiti in decenni di lotte. E’ ora di cambiare registro.

Sono pochi i settori produttivi che “tirano” rispetto ai fatturati ed agli utili: il militare, il farmaceutico ed il “pubblico”, inteso come rapina di danaro attraverso progetti (le grandi opere) o come privatizzazioni. In tutte queste operazioni “produttive” viene raccontato che esse saranno fonte di lavoro, di benessere, di sviluppo “tecnologico” con positive ricadute sui territori circostanti, ma le operazioni sono spesso speculative, finte o gli organici per compiere l’opera sono già precostruiti. Di contro le richieste di Confindustria rispetto al mercato del lavoro sono direttamente ispirate alla “filosofia Marchionne” (se mi servi bene altrimenti a casa – ovviamente senza reddito). Inoltre la demolizione dei diritti arriva all’assurda richiesta di cancellare anche il ricordo e le feste “laiche” frutto di lotte e conquiste, mentre la flessibilità è intesa come rapina delle esistenze da parte dei padroni. A questo attacco pesante e violento non è più possibile rispondere con posizioni difensive che mirino a richiedere “diritto al lavoro”, occorre passare all’attacco cominciando a parlare di “diritto ad esistere”. Il lavoro in quanto tale non può più essere considerato un valore che determina la dignità, ma bisogna in questa fase cominciare a vederlo per ciò che l’avversario intende, ovvero il ricatto dell’esistere alle sue condizioni contro il perire, lo sfruttamento più bieco per fare profitto pagando il meno possibile (quando e se pagano). Non è più un problema di potere da contendere all’interno delle fabbriche e sui luoghi di lavoro, ma di esistenza come primo dei beni comuni; è quindi ora di cominciare a porre la contraddizione tra il modello dell’avversario, fatto di appropriazioni e di vessazioni ed un modello nuovo fatto di valori nuovi che mettano al centro il diritto a vivere un’esistenza dignitosa e felice. Quindi l’esistenza come bene comune contro il lavoro come sfruttamento e la redistribuzione della ricchezza come modello sociale. Cerchiamo ora di porre alcune questioni per costruire un percorso su cui ragionare per fare azione politica.

Il problema della distribuzione della spesa pubblica è all’ordine del giorno, a maggior ragione alla luce delle manovre economiche presentate dal Governo in questi giorni. Ai pesanti tagli che vengono operati verso gli enti locali (di conseguenza verso i servizi erogati da essi, colpendo la collettività), all’attacco ai salari degli statali ed all’innalzamento dell’età pensionabile, non corrisponde un eguale intervento sui costi della politica, sugli stanziamenti per le grandi opere (frutti di corruttele e clientelismo), sulle spese militari; anzi si parla di ulteriori privatizzazioni dei servizi pubblici locali, riproponendo l’attacco ai beni comuni. E’ chiara la volontà dell’avversario di drenare ulteriori risorse e scaricare la crisi, che si avvicina al punto più acuto, sulle condizioni di vita della gente. E’ necessaria una campagna generale per difendere e sviluppare la cultura del bene comune, per renderla patrimonio di tutti, per mettere in campo azioni che si inquadrino in un discorso più ampio di vivibilità sui territori, per porre l’accento sulla dignità delle esistenze che devono essere vissute. Crediamo che i cardini di questa campagna siano sostanzialmente tre, tra essi collegati da un’analisi che porti verso un discorso di nuovo modello sociale.

Azzeramento delle spese militari – In sostanza si parte dalla richiesta generale di ritiro di tutte le missioni all’estero che oltre ad essere dispendiose (e recentemente rifinanziate bipartisan) in termini di danaro ed anche di uomini, sono frutto di una logica guerresca e di imposizione culturale che rifiutiamo come metodo di azione. Siamo per il dialogo costruttivo delle culture, per ricercare, dalla virtuosa fusione delle stesse, la nuova cultura dell’umanità, per questo siamo per la fine di tutti gli eserciti e di tutte le produzioni di armi. A questo proposito diviene focale e d’attualità la battaglia contro la costruzione degli F-35, soprattutto alla luce del tentativo di ulteriore espropriazione di territorio che è legata alla costruzione del nuovo braccio autostradale che dovrebbe connettere S.Pietro Mosezzo alla Malpensa, ma che sottintende una variante che dovrebbe recintare l’area dell’Aeroporto di Cameri, allargandola e ponendo una vasta fetta di territorio a disposizione dell’aeroporto stesso per i servizi ad esso collegati, che sarebbero posti sotto stretta sorveglianza divenendo zone off-limits o fortemente militarizzate. Inoltre il braccio taglierebbe in due una zona di coltivo tra le più produttive del novarese, interrompendo le falde acquifere che sono colà poco al di sotto del manto territoriale. Da ultimo l’inutilità di un’autostrada che è un doppione di qualcosa già esistente (sulla Mi-To uscendo a Boffalora si accede alla superstrada per Malpensa, costata una fortuna con un’erosione enorme di territorio). A chi continua a blaterare di fantomatici posti di lavoro che si verrebbero a creare rispondiamo che non solo questo è fasullo (chi lavorerà a queste opere ed alla costruzione dei velivoli verrà da fuori), ma che reinvestendo tutti questi fondi in reddito sociale ed investendo in produzioni ad uso del territorio si creerebbe lavoro vero e maggior circolazione monetaria con un vantaggio per tutte le comunità.

Difesa del territorio, sviluppo delle autoproduzioni, difesa dei beni comuni – La questione si ricollega direttamente a quanto espresso sopra. La difesa e la conservazione del patrimonio naturale, già fortemente attaccato dalle passate gestioni (CIM, HUCPAC, polo chimico e quant’altro), è battaglia primaria per le condizioni di vita delle popolazioni. Occorre dire basta all’erosione di territorio, rivalorizzando ad esempio quanto sta all’interno del perimetro comunale novarese (aree industriali dismesse da riutilizzare, ex caserme, costruzioni fatiscenti ecc.). La possibilità di auto-recuperare questo patrimonio servirebbe a risolvere l’emergenza casa, a creare opportunità vere di attività sociale e di reddito per molta gente senza ledere ulteriormente il territorio. Pensiamo anche a produzioni alimentari a chilometro zero, fatte e consumate direttamente sul territorio, alla cooperazione che può nascere dall’utilizzo di sinergie già presenti. Infine il problema energetico. La battaglia referendaria vinta sul nucleare non esaurisce la battaglia per le fonti alternative che rischiano di diventare nuovo business per il capitale. L’autoproduzione, la capacità di creare risparmio energetico (insieme a quella di limitare la produzione di rifiuti), la cultura degli edifici a norma per ottenerlo, può e deve diventare una voce di spesa importante degli enti locali, sia in termini di educazione civica verso la popolazione, sia in termini di sostegno concreto ai progetti. Altro che rotonde e lastricature, altro che svincoli e bretelle per ingrassare gli “amici” costruttori.

Reddito per tutti – Lo abbiamo detto molte volte, il reddito non è solo una cosa che misuriamo in moneta. Ma di contro la crisi colpisce duramente i ceti più deboli che se privati del sostentamento rischiano l’esistenza. Sappiamo che ridistribuire reddito è un palliativo (tra l’altro invocato da molti ed eminenti economisti del campo avverso), non la soluzione, ma individuiamo in questo passaggio la strada per arrivare a parlare di quello che più ci riguarda, ovvero la redistribuzione dell’intera ricchezza ponendo al centro l’esistenza di ogni singolo, la sua vita che deve essere salvaguardata dalla collettività ed essere dignitosa. In questo discorso ritorna la contraddizione del lavoro. Lo ripetiamo il lavoro per come lo intende l’avversario è sfruttamento, è disporre delle esistenze di tutti da sacrificare sull’altare del profitto di pochi, è ricatto perenne per ottenere livelli che rasentano la schiavitù d’altri tempi. Ci piaccia o no questa è la moderna accezione che si intende per lavoro. Non possiamo accettarla. Parleremo invece di attività umana per inscriverla in una dimensione di realizzazione dell’individuo, di utilità collettiva, di felicità dell’esistenza. Nel frattempo la garanzia di reddito per tutti coloro che il lavoro non ce l’hanno o l’hanno perso, per coloro che studiano, per coloro che non possono “produrre” per il capitale, ci sembra la richiesta minima che i figli, i nipoti, i pronipoti di generazioni e generazioni di proletari sfruttati che hanno contribuito, spesso con la vita, alle fortune di quel capitale, possono e devono pretendere.

In conclusione ci sentiamo di proporre una manovra alternativa a quella del Governo. Molto semplice, ma di sicura efficacia, che guardi ai bisogni ed agli interessi di tutti. Patrimoniale per i possidenti con aliquote che arrivino al 90 %, azzeramento delle spese militari, nessun sostegno alle imprese di armi. Taglio dei fondi per le grandi opere, sostegno ai progetti di sviluppo delle capacità auto-produttive dei territori (l’unico “sviluppo” in cui crediamo). Riconversione dell’industria bellica e nociva in progetti di utilità generale. Sostegno agli enti locali che privilegiano le ristrutturazioni degli stabili in termini energetici alternativi. A quelli che investano in servizi gratuiti per la collettività (casa, scuola, sanità, progetti di recupero). Infine (proprio per non farci mancare nulla), promozione della partecipazione popolare alle scelte del territorio, valorizzazione degli enti vicini alla gente (pensiamo alle Comunità Montane che vogliono cancellare), creazione di consulte popolari con potere decisionale e aperte a tutti. Non sarà un modello perfetto e nemmeno l’unico, ma meglio di adesso ci vuole poco.

Novara, agosto 2011